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Il Tribunale di Milano peraltro, in correlazione a quanto appena esposto, aveva nei fatti completamente verificato lo status economico del soggetto richiedente e aveva riconosciuto l’assenza dello status di assoluta miseria, così come disposto dall’art.284 c.p.p., per poter autorizzare il soggetto a fare il proprio lavoro.

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Questo perché, come chiarito dal Tribunale nella fattispecie da esso trattata, sarebbe stata competenza dei genitori del soggetto incriminato, vista la regola di cui all’art.148 del codice civile, il trattamento e il soddisfacimento dei bisogni necessari del figlio.

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La disposizione giudiziaria del Tribunale sembra assai conforme a quanto più volte indicato dalla Suprema Corte a questo proposito, ove si è assiduamente sottolineato il principio giuridico in base a cui, “solo punto di riferimento per l’organo giudiziario può essere la disamina dello status dei redditi e del patrimonio del soggetto, inclusi casomai i guadagni finanziari, anch’essi compresi nel reddito personale, che siano consegnati dai soggetti per cui la legge lo prescrive o per relazioni contrattuali al mantenimento del soggetto, permettendo, per motivazioni che non dipendono dalla propensione al lavoro di questi” (cfr.Cass.sez.VI, 31 marzo 2004, Conte).

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Tutto questo pertanto, ci induce all’estromissione del riconoscimento dello status di assoluta miseria presente nella norma processuale di cui al comma 3 dell’art.284, ammesso che in caso contrario vi sarebbe il pericolo di estenderne smisuratamente il raggio di applicazione, smantellando la funzione giuridica della disposizione indicata.

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Vista poi la natura vasta e mutabile nel tempo della concezione di assoluta miseria, l’organo giudiziario supremi ha più volte compreso nel concetto status anche differenti da quelli collegati alle esigenze fondamentali di assistenza fisica.

Sono così stati approvati come tali anche i bisogni di salute generici, viveri, residenza, scuola, abbigliamento, comunicazione e, infine, “le esigenze personali ritenute quotidiane a causa del progresso del tenore di vita” (“Dobbiamo difatti prendere atto che il modo di dire “assoluta miseria” è stato oggetto, nel caso di cui si parla, di quel segnale che la linguistica chiama amplificazione migliorativa, in quanto si è sganciato da un’idea rigorosamente pauperistica per riferirsi anche allo status del soggetto che non può far fronte a bisogni sempre più vari”).

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In risposta a questa concezione, l’organo giudiziario di legittimità ha poi dichiarato come non includibili in tale accezione il requisito della concessione al soggetto richiedente dell’istituto del gratuito patrocinio, dal momento che le caratteristiche professionali di “esclusività e esigenza” debbono far presumere che la presupposizione dei giudici sia relativa a criteri molto ampi (cfr.Cass.sez.III, 28 settembre 2001, Fontana; Cass.sez.III, 17 novembre 1999, Verde).

Deve poi essere ammesso, secondo la Corte, che l’autorizzazione a svolgere il lavoro deve essere fondata poi sul segnale preventivo della connettibilità dell’impiego con le esigenze di cautela che costituiscono le basi della concessione della misura degli arresti domiciliari.

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Pertanto quindi, in precedenza la Corte non aveva accolto la richiesta per l’ottenimento del permesso a svolgere il lavoro in siti in cui il soggetto accusato, precedentemente, era in contatto con altri pregiudicati (Cass.sez.IV, 4 dicembre 1998, El Shaibany).

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La condizione giudiziaria della persona che soggiace alla misura giudiziaria degli “arresti domiciliari” è contrastante con la possibilità di ricorrere, nella rete, ai “social network”- come Facebook o Twitter – per essere in relazione con altri individui che non sono parenti del soggetto. Lo ha detto la Suprema Corte di Cassazione, IV sezione penale, che ha dichiarato- con il verdetto 31 gennaio 2012, n. 4064 - che la non autorizzazione a comunicare con altri individui non parenti conviventi, che contrassegna i cosiddetti “arresti domiciliari”, vige anche riguardo all’uso della rete e dei social network! In dettaglio gli “ermellini” della Suprema Corte hanno limitato l’ambito informatico entro cui può operare chi è sottoposto agli arresti domiciliari: libertà, quindi, di navigare sul “web” per avere avvisi e comunicazioni; divieto assoluto di adoperarlo per contatti con altri per propri bisogni e scopi soggettivi.

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